Pagina:Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano V.djvu/239


dell'impero romano cap. xxvi. 235

lodato il valore, e rigettato il consiglio; e Valente, che ascoltava con vanità e con piacere le adulatrici suggestioni degli eunuchi del palazzo, era impaziente d’assicurarsi la gloria d’una facile e sicura conquista. Il suo esercito fu invigorito da un numeroso rinforzo di veterani; e fu condotta la sua marcia da Costantinopoli ad Adrianopoli con tanta perizia militare, che prevenne l’attività dei Barbari, i quali avean disegnato d’occupare i passi di mezzo per intercettare o le truppe medesime o i convogli e le provvisioni di esse. Il campo, che Valente avea piantato sotto le mura d’Adrianopoli, fu, secondo l’uso dei Romani, fortificato con un fosso ed un recinto, e convocossi un importantissimo consiglio di guerra per decidere della sorte dell’Imperatore e dell’Impero. Vittore fortemente sostenne il partito più ragionevole della dilazione, avendo egli con l’esperienza corretto la natural fierezza del carattere Sarmatico, mentre Sebastiano con la pieghevole ed ossequiosa eloquenza di un Cortigiano, rappresentava ogni precauzione ed ogni misura, che contenesse qualche dubbio d’immediata vittoria, come indegna del coraggio e della maestà del loro invincibil Monarca. Fu precipitata la rovina di Valente dalle ingannevoli arti di Fritigerno, e dalle prudenti ammonizioni dell’Imperatore Occidentale. Il Generale dei Barbari era perfettamente informato dei vantaggi della negoziazione in mezzo alla guerra; e fu spedito un Ecclesiastico Cristiano, come sacro ministro di pace, per iscuoprire e render dubbiosi i consigli del nemico. Si esposero con forza e con verità le disgrazie non meno che le ingiurie della nazione Gotica dall’Ambasciatore, il quale si protestò in nome di Fritigerno, che egli era sempre disposto a de-