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dell'impero romano cap. xxvi. 233

talenti della guerra e della pace; ed il suo personal successo contro gli Alemanni fu interpretato come un sicuro presagio dei Gotici suoi trionfi1.

Mentre Graziano meritava e godeva l’applauso dei suoi sudditi, l’Imperator Valente, che avea finalmente mosso la sua Corte ed armata da Antiochia, fu ricevuto dal popolo di Costantinopoli come l’autore della pubblica calamità. Non erasi anche riposato dieci giorni nella Capitale, che dai licenziosi clamori dell’Ippodromo venne spinto a marciar contro i Barbari che aveva invitati nei suoi dominj; ed i cittadini, che sono sempre valorosi, quando son lontani dal pericolo reale, dichiaravano con sicurezza, che se fossero loro date le armi, avrebbero essi soli intrapreso di liberar la Provincia dalle devastazioni d’un insultante nemico2. I vani rimproveri d’un’ignorante moltitudine affrettarono la caduta del Romano Impero; questi provocarono la disperata imprudenza di Valente, che non trovava o nella propria riputazione o nel suo spirito motivo alcuno da sostener con fermezza il pubblico dispregio. Egli presto s’indusse pei felici successi dei suoi Luogotenenti a sprezzare il potere dei Goti, che mediante la diligenza di Fritigerno trovavansi allora uniti nelle vicinanze di Adrianopoli. Il valente Frigerido aveva intercettato la marcia dei Taifali; il Re di quei licenziosi Barbari era stato ucciso in batta-

  1. La piena ed imparzial narrazione d’Ammiano (XXXI. 10.) può trarre qualche luce di più dall’Epitome di Vittore, dalla Cronica di Girolamo, e dall’Istoria d’Orosio (l. VII c. 33. p. 552. edit. Havercamp.).
  2. Moratus paucissimos dies seditione popularium levium pulsus: Ammiano XXXI. 11. Socrate (l. IV. c. 38.) supplisce alle date e ad alcune circostanze.