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dell'impero romano cap. xv. 327

suo collega) „finisce il vigor Episcopale1, finisce la divina sublime potestà di governare la Chiesa; finisce il Cristianesimo stesso.„ Cipriano avea rinunziato quegli onori temporali, che probabilmente non avrebbe ottenuti giammai; l’acquisto però di tale assoluto comando sulle coscienze e sull’intelletto di una congregazione, sia quanto si voglia oscura o disprezzabile dal mondo, è veramente più grato all’orgoglio del cuore umano, che il possesso della più dispotica potenza, acquistata, per mezzo delle armi e della conquista, sopra un popolo ricalcitrante.

Nel corso di questa importante, quantunque forse tediosa ricerca, ho tentato di esporre le secondarie cagioni, che tanto efficacemente assisterono la verità della religione Cristiana. Se fra quelle cagioni ho scoperto qualche artificiale ornamento, qualche accidental circostanza, o qualche mistura d’errore e di passione, non deve parer sorprendente che sugli uomini abbiano sensibilmente influito que’ motivi, ch’eran conformi all’imperfetta loro natura. Coll’aiuto di tali cagioni, vale a dire dello zelo esclusivo, dell’aspettazione immediata di un altro mondo, della pretension de’ miracoli, della pratica di rigorosa virtù, e della costituzione della primitiva Chiesa, il Cristianesimo si sparse con tanto successo nell’Impero Romano. Alla prima di queste dovevano i Cristiani quell’invincibil valore, per cui sdegnavano di capitolar col nemico, ch’essi eran risoluti di vincere. Le tre seguenti porgevano al lor valore le armi più formidabili. L’ultima ne riuniva il coraggio, ne dirigeva le armi, ed a’ loro sforzi dava quell’irresistibil peso, che sì frequentemente ha renduto anche

  1. Ciprian. Epist. 69.