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dell'impero romano cap. x. 371

re era inseparabile dalla dignità imperiale, e che la destra di un suddito era troppo debole per sostenere un così immenso peso di cure e di potere1.L’imminente esito della guerra pose fine al proseguimento di un sì specioso, ma impraticabil progetto; e preservando Valeriano dal pericolo, salvò l’Imperator Decio dagli sconcerti, che probabilmente ne sarebbero derivati. Può un Censore conservare, ma non mai ristabilire i costumi di uno Stato. È impossibile che un tal Magistrato eserciti utilmente, o con efficacia almeno, la sua autorità, se non è sostenuto da un vivo sentimento di onore e di virtù negli animi del popolo, da un decente rispetto per la pubblica opinione, e da una serie di utili pregiudizj, i quali combattano in favore dei nazionali costumi. In un secolo, in cui sieno questi principj annullati, la giurisdizione del Censore deve o degenerare in una vana pompa, o convertirsi in un parziale istrumento di molesta oppressione2. Era più facile vincere i Goti, che sradicare i pubblici vizj; e nella prima ancora di queste imprese, Decio perdè l’esercito e la vita.

Erano i Goti allora circondati per tutto e inseguiti dall’armi romane. Il fiore delle loro truppe era perito nel lungo assedio di Filippopoli, e l’esausta regione non poteva più lungamente somministrare la sussistenza alla rimanente moltitudine di quei Barbari licenziosi. Ridotti a tale estremità, avrebbero i Goti di buon grado comprata, con la restituzione di tutto il loro bottino e dei prigionieri, la permissione di ritirarsi sen-

  1. Stor. Aug. p. 174. La risposta dell’Imperatore è omessa.
  2. Simile ai tentativi di Augusto per la riforma dei costumi. Tacit. Annal. l. III. 24.