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dell'impero romano cap. x. 369

gioni più generali, che dal secolo degli Antonini avean tanto affrettata la decadenza della Romana grandezza. Si avvide ben presto ch’era impossibile di ristabilire questa grandezza sopra una ferma base, se prima non si facevano risorgere la pubblica virtù, i costumi, e le massime antiche, e l’oppressa maestà delle leggi. Per eseguire questo nobile ed arduo disegno, volle prima ristabilire l’antiquato uffizio di Censore; ufficio il quale, finchè sussistè nella primiera sua integrità, avea tanto contribuito alla conservazione dello Stato1; ma fu poi usurpato dai Cesari, e a poco a poco negletto2. [A. D. 251] Sapendo che può il favor del Sovrano conferire il potere, ma che la sola stima del popolo può accordare l’autorità, egli rimise la scelta del Censore alla incorrotta voce del Senato. Con voti, anzi con acclamazioni unanimi, Valeriano, allora illustre ufficiale nell’esercito di Decio, e poi Imperatore, fu dichiarato il più degno di quell’eccelsa dignità. Appena ebbe l’Imperatore ricevuto dal Senato il decreto, convocò nel suo campo un numeroso consiglio, e prima della investitura rappresentò all’eletto Censore, la difficoltà e l’importanza del grande impiego. „Fortunato Valeriano„ (disse il Principe a quel suddito illustre) „fortunato per la generale approvazione del Senato e della romana Repubblica: ri-

  1. Montesquieu: Grandezza e decadenza dei Romani. Egli illustra la natura e l’uso dell’ufficio di Censore col suo solito ingegno e con una precisione non ordinaria.
  2. Vespasiano e Tito furono gli ultimi Censori (Plinio Stor. Nat. VII 49. Censorino de Die natali.) La modestia di Traiano ricusò un onore, ch’egli meritava, ed il suo esempio divenne una legge per gli Antonini. Vedi il Panegirico di Plinio, c. 45 e 60.