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no finalmente anche là ove il tricolore era il sogno e sta per diventare realtà.

«O soldati d’Italia, il nostro saluto commosso vi raggiunga, il nostro pensiero benedicente, di madri e di sorelle, vi accompagni...»


Il soldato romagnolo ripiegò con cura l’opuscoletto. I radunati si riallontanarono in silenzio, i degenti erettisi a sedere si ricoricarono.

Io sentivo nel mio intimo un contrasto doloroso fra quei giorni d’entusiasmo del maggio 1915 e l’aria greve di questo febbraio 1917, e mi dirigevo pensosa verso la porta. D’un tratto, sento una voce piana: «Sorella!» Era il sardo taciturno, quello che soffre senza gridare. Mi avvicinai, chiedendo che volesse. «Nulla» rispose.

Aveva inteso — chissà? — di compendiare in quel nome il sentimento buono suscitato nell’animo suo dalla lettura, forse non bene capita, ma, in certa guisa, sentita. Ed è così che i nostri soldati, i quali poco sanno, o intendono, dei perchè, i quali a volte sembrano ribellarsi ai sacrifici, al momento buono son sempre pronti... nel maggio 1915, e adesso.


1° Marzo. — Oggi altra sorpresa, anche più lieta. Quel soldato che cercava di sottrarsi ai massaggi (e che si trova nella sala della lettura d’ieri) stamane mi porse il braccio, sfasciato, e al quale aveva già fatto il bagno. Io non dissi nulla, e lui neppure. Ma credo che, ormai, il massaggio quotidiano sia assicurato.


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