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sofici, nella storia, nella fisica, nella astronomia, nella geologia, e nella spiritodossia, di cui fa parte il magnetismo, il galvanismo animale, e l’ipoteticonia.

Grulli, grullissimi i nostri nonni, che si ebetizzavano dieci anni a imparare una lingua morta, per non averne più traccia cinque anni dopo!

Ma venti volte più grulli, e pazzamente spietati, quando alla povera vittima del Ginnasio e del Liceo, inesperta dei propri talenti, della propria individualità, imponevano la scelta indeclinabile delle quattro professioni universitarie — la medicina, la farmacia, le matematiche, o il diritto!

Forse che ciascun uomo non è tenuto a conoscere le leggi del proprio paese, i diritti e gli obblighi che gli insegnino a governarsi, a tutelare i propri interessi? E la scienza della economia animale, dell’organismo umano, non è forse un bisogno di tutti? Come può l’uomo provvedere alla propria conservazione, alla igiene propria, esercitare la beneficenza e l’amore verso i congiunti e le persone più care, quando non sia in grado di applicare opportunamente i pochi trovati dell’arte farmaceutica?... E la matematica? Potete voi reggervi sulla persona, camminare, muovere un passo — che dico? — affidarvi ad un consiglio della ragione, se questa scienza non vi presti il suo appoggio e la sua logica?

Or bene: dopo un corso regolare nella Università della Unione, all’età di venti anni, ciascun cittadino è giurisperito, medico, farmacista, ingegnere, architetto e magnetizzatore. Vale a dire: egli conosce delle singole scienze quanto può occorrergli per l’uso proprio e pel servigio altrui. Le Università della Unione vi danno l’uomo completo, l’uomo che basta a sè stesso, che a tutti può giovare.

Nel secolo gaglioffo del latino e del greco, chi avesse