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CANTO DECIMONONO. 279

CVII.


     Ma chè? squallido e scuro anco mi piaci;
Anima bella, se quinci entro gire,
S’odi il mio pianto, alle mie voglie audaci
852Perdona il furto, e ’l temerario ardire.
Dalle pallide labbra i freddi bacj,
Che più caldi sperai, vuò pur rapire.
Parte torrò di sue ragioni a morte,
856Baciando queste labbra esangui e smorte.
   

CVIII.


     Pietosa bocca, che solevi in vita
Consolar il mio duol di tue parole,
Lecito sia ch’anzi la mia partita
860D’alcun tuo caro bacio io mi console.
E forse allor, s’era a cercarlo ardita,
Quel davi tu, ch’ora convien che invole.
Lecito sia ch’ora ti stringa, e poi
864Versi lo spirto mio fra i labbri tuoi.
   

CIX.


     Raccogli tu l’anima mia seguace:
Drizzala tu dove la tua sen gío.
Così parla gemendo, e si disface
868Quasi per gli occhj, e par conversa in rio.
Rivenne quegli a quell’umor vivace,
E le languide labbra alquanto aprío:
Aprì le labbra, e, con le luci chiuse,
872Un suo sospir con que’ di lei confuse.