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CANTO DECIMOSESTO. 159

XXXV.


     Ed affrettò il partire, e della torta
Confusione uscì del laberinto.
Intanto Armida della regal porta
276Mirò giacere il fier custode estinto.
Sospettò prima, e si fu poscia accorta
Ch’era il suo caro al dipartirsi accinto:
E ’l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
280Dar frettoloso fuggitivo il tergo.

XXXVI.


     Volea gridar: dove, o crudel, me sola
Lasci? ma il varco al suon chiuse il dolore:
Sicchè tornò la flebile parola
284Più amara indietro a rimbombar sul core.
Misera, i suoi diletti ora le invola
Forza e saper del suo saper maggiore.
Ella se ’l vede, e invan pur s’argomenta
288Di ritenerlo, e l’arti sue ritenta.

XXXVII.


     Quante mormorò mai profane note
Tessala maga con la bocca immonda:
Ciò ch’arrestar può le celesti rote,
292E l’ombre trar della prigion profonda,
Sapea ben tutto: e pur oprar non puote,
Ch’almen l’Inferno al suo parlar risponda.
Lascia gl’incanti, e vuol provar se vaga
296E supplice beltà sia miglior maga.