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CANTO DECIMOSESTO. 155

XXIII.


     Ride Armida a quel dir: ma non che cesse
Dal vagheggiarsi, o da’ suoi bei lavori.
Poichè intrecciò le chiome, e che ripresse
180Con ordin vago i lor lascivi errori,
Torse in anella i crin minuti, e in esse,
Quasi smalto su l’or, consparse i fiori:
E nel bel sen le peregrine rose
184Giunse ai nativi giglj, e ’l vel compose.

XXIV.


     Nè il superbo pavon sì vago in mostra
Spiega la pompa delle occhiute piume:
Nè l’Iride sì bella indora e inostra
188Il curvo grembo e rugiadoso al lume.
Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra,
Che neppur nuda ha di lasciar costume.
Diè corpo a chi non l’ebbe; e, quando il fece
192Tempre mischiò ch’altrui mescer non lece;

XXV.


     Teneri sdegni, e placide e tranquille
Repulse, e cari vezzi, e liete paci,
Sorrisi, parolette, e dolci stille
196Di pianto, e sospir tronchi, e molli bacj;
Fuse tai cose tutte, e poscia unille,
Ed al foco temprò di lente faci:
E ne formò quel sì mirabil cinto,
200Di ch’ella aveva il bel fianco succinto.