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CANTO OTTAVO. 267

LXXVII.


     Tacque: e, dal Cielo infuso, ir fra le vene
Sentissi un novo inusitato caldo:
Colmo d’alto vigor, d’ardita spene
612Che nel volto si sparge, e ’l fa più baldo,
E da’ suoi circondato, oltre sen viene
Contra chi vendicar credea Rinaldo:
Nè perchè d’arme e di minacce senta
616Fremito d’ogni intorno, il passo allenta.

LXXVIII.


     Ha la corazza indosso, e nobil veste
Riccamente l’adorna oltra ’l costume:
Nudo è le mani e ’l volto, e di celeste
620Maestà vi risplende un novo lume:
Scuote l’aurato scettro; e sol con queste
Arme acquetar quegl’impeti presume.
Tal si mostra a coloro, e tal ragiona:
624Nè come d’uom mortal la voce suona.

LXXIX.


     Quali stolte minacce, e quale or odo
Vano strepito d’arme? e chi ’l commove?
Così quì riverito, e in questo modo
628Noto son io dopo sì lunghe prove?
Ch’ancor v’è chi sospetti, e chi di frodo
Goffredo accusi, e chi le accuse approve?
Forse aspettate ancor ch’a voi mi pieghi,
632E ragioni v’adduca, e porga preghi?