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invece di quella scena riposata e tranquilla, sarebbe stato d’uopo d’una lotta universale, in cui i bimbi si contendessero la salita, e ciascuno si studiasse di tenersi sotto gli altri. La gara amorevole, il reciproco ajuto degli uomini nella grande arena della vita è uno splendido sogno, che si avvererà da qui a qualche migliaio d’anni.

Potrebb’essere però che il Manfredini avesse inteso di dare col suo gruppo una lezione di carità fraterna agli uomini, e avesse voluto mostrare come il concorso delle forze individuali appiani meglio gli ostacoli e abbrevii quel cammino che tutti devono percorrere. Il pensiero

così espresso sarebbe eminentemente morale, ed io volentieri ne voglio lodar lo scultore; solamente avrei pregato il Manfredini a far che qualcuno de’suoi bimbi toccasse la meta, perché senza di ciò la lezione è perduta.

Quando il porgersi la mano non deve portare a cogliere i frutti desiderati, han ragione gli uomini di arrabattarsi e di porsi i piedi sul collo per arrivarvi.

Un’altra cosa, di cui non so darmi pace nel gruppo del Manfredini, è il vedere l’unica femmina da lui posta a piedi dell’albero cadere riversa al suolo in atto d’assordar l’aria colle sue strida, nel mentre che gli altri bimbi tirano innanzi nella loro gara senza badare né punto né poco a quella meschina. Se lo scultore non ha voluto fare un epigramma alla gentile metà del genere umano, non so perché abbia collocato la donna all’ultimo gradino della scala sociale, additandola alla compassione ed allo scherno dei riguardanti. Non c’è bisogno di dire, quanto predominio eserciti la donna nella direzione dell’umana attività. Se il Manfredini avesse fatto sviar li occhi di alcuni di quei bimbi dalla