Pagina:Gastronomia.djvu/20

39 ARCHESTRATO, NOTE 40

chiamar questo pesce usò della voce de’ Toni, ai quali dice egli, che era assai gradito.

Rondelet è incerto tra più pesci a quale oggi si debba riferire il σαῦρος de’ Greci o lacertus dei Latini; e Belon ne ha fatto un genere che racchiude più e più specie. Ma Camus avendo riguardo ai cenni che ne fa Aristotile, ed alla maniera con cui lo netta, taglia e prepara il coco del Comico Alessi presso Aten. l. 7, c. 20, p. 322, è di avvso, che il sauros sia lo scomber tracurus di Linneo, in siciliano sauru. Se così fosse, come verisimile, si verrebbe tra noi a conservare lo stesso nome a tal pesce, che avea presso i Greci.

(46) Aten. lib. 7, cap. 12, pag. 295.

S’ignora che pesce sia il Glauco degli antichi. Il P. Ardouin, (de’ pesci lib. 8, cap. 15, 17) dice Rondeletius raria glauci genera ac nomina describit, sed ex conjectura ingenii tantum haud satis tuta. Lupo omnino similis esse dicitur a Xenocrate apud Oribasium.

(47) Aten. lib. 7, cap. 10, pag. 238, e cap. 24, pag. 330.

Il passere ψῆττα de’ Greci corrisponde, come dice Ateneo, al rombo de’ Romani, nome che questi, al dir di Casaubono, presero da’ Siciliani che lo chiamavano rombos; oggi si nomina tra noi rammulu, o rammulu imperiali, ch’è il più grande; ma Rondelet e Gesnero sono d’opinione, che sia propriamente la pleuronectes platessa di Linn.; in Siciliano passaru, pesce del medesimo genere del rombo o sia pleuronectes rhombus di Linneo.

(48) Aten. lib. 7, cap. 14, pag. 302.

(49) Aten. lib. 7, cap. 15, pag. 303.

(50) Aten. lib. 7, cap. 7, pag. 284.

Si pensa che il pesce, che non si può nominare nel verso esametro, sia l’antacaeum, che ha la seconda sillaba breve come Ovidio si lagnava del tuticanus.

(51) Aten. lib. 7, cap. 18, pag. 315.

(52) Aten. lib. 3, cap. 30, pag. 117.

La saperda, secondo Esichio, era il nome che si assegnava al pesce coracino, o corvo, nelle coste del Ponto. Il salume oreo era formato da quella parte del tonno che sta vicino alla coda.

(53) Aten. lib. 9, cap. 14, pag. 399.

(54) Aten. lib. 9, cap. 8, pag. 384.

(55) Aten. lib. 2, cap. 15, pag. 36.

I Greci chiamavano δροπετεῖς le olive, che si maturano all’albero, e però i Romani le chiamavano druppae. I Greci poi chiamavano colymibadas le olive in salamoja, che molto pregiavano. Si vegga Aten. nel luogo cit.

(56) Aten. lib. 3, cap. 22, pag. 101.

(57) Aten. lib. 1, cap. 23, pag. 29.

Si è aggiunta la parola vetusta a Biblo perchè in verità era questa una città antichissima di Fenicia, ma è da pigliare in considerazione, secondo Ateneo, che quando Archestrato parla nel vers. 13 del vino fenicio, non intende far parola del vino di Biblo, ma d’un vino che si facea nell’oriente da’ datteri, e si chiamava fenicio o sia palmeo da φοῖνιξ, palma (Plin. lib. 13 e 14). Questo vino da principio era essai dolce, ma subito si guastava.

Non si può finalmente definire a qual vino si riferisca la parola ἑτέρου del vers. 16, perchè Ateneo rapporta il frammento con alcuni versi mancanti prima che si faccia menzione del vino tasio.




FINE