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mento; siano tenuti allo stesso numero di anni di studio; ad ascoltare gli stessi insegnanti (i quali, a loro volta, spiegano le più svariate attitudini didattiche e scientifiche; encefaliche e cardiache); siano costretti tutti a sostener l’esame di fronte allo stesso docente, abbia egli insegnato molto, poco o niente; abbia insegnato con zelo o con negligenza; con ottimi o con scarsissimi risultati?

Evidentemente al sospetto è oggi in moltissimi, entro e fuori dell’Università, sottentrata la convinzione che le agitazioni, i tumulti, le chiusure universitarie non si eliminano, non si combattono, rinnovando regolamenti, escogitando nuove circolari od ispezioni.

Oggi è generale la convinzione che le istituzioni che governano i nostri Atenei debbono essere radicalmente mutate.

Il mutamento non suona punto un azzardo, un salto nel vuoto; no, per fermo: noi abbiamo esempi classici da seguire, inspirandoci alle leggi che governano gli Atenei germanici, olandesi, svizzeri, inglesi, degli Stati Uniti e così via.

Quanti amano davvero il risveglio, il progresso, la floridezza degli Atenei italiani (e quindi il progresso intellettuale ed economico del nostro paese) debbono desiderare, propugnare vigorosamente che anche alle nostre Università sia finalmente concessa la libertà di studio e la libertà d’insegnamento.