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338 il governo del monaco.


«Del corpo?» disse il vecchio. «Niente di più facile che provvedervi.» e sguainando la sua daga cominciò a tagliare a pezzi il cadavere. — Quando ebbe terminata tale anatomia «ognun di voi, ora» disse «prenda uno di questi pezzi, lo nasconda sotto la toga — e vada a gettarlo nel Tevere. — Prima di domattina, i mostri marini avranno dato degna sepoltura a questi avanzi del fondatore di Roma. —»

«Che te ne pare. Cencio? — senza essere re di Roma, nè figlio di Dio, una morte cotale non ti parrebbe onorevole? — per te che altro non sei che un miserabile traditore? —»

«Per l’amor di Dio!...» gridò il satellite esterrefatto — e piangente come un fanciullo — e le lacrime per un pezzo gli soffocarono la voce. — Alla fine alquanto sollevato dallo stesso pianto, ripigliò: «Io farò quanto mi chiederete — ma per l’amore che portate ai vostri amici, alle vostre donne — alle vostre madri — non mi fate soffrire una morte così crudele!»

«Parli di morte crudele!? Ma per uno sgherro, una spia, un traditore c’è forse morte troppo crudele?» rispondeva Muzio — con quella impassibilità che lo distingueva.