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la quercia antica. 273


«nieri pretesto a creare degli imbarazzi. — Nello stesso tempo egli è d’opinione che, ove il Governo Italiano continui a stare in ginocchio ai piedi del despota della Francia — e si ostini per fargli piacere a rinnegare la capitale d’Italia, e mantenervi i preti — tocchi a voi a recidere la questione colle armi — persuaso che ogni uomo di cuore in Italia vi debba sostenere.»

«Sì!» disse Muzio, — che ruminava tra i denti da un pezzo la parola longanimità. — Sì! la pazienza è la virtù del somaro — e noi Romani per averne avuto troppa — siamo stati — e siamo bastonati. — Ed è una vergogna avere tollerato per tanto tempo la più degradante delle caste! — e d’averla tollerata padrona!»

«Ed è lontana quell’isola solitaria? Non ci potremmo andare noi stessi a passare alcuni giorni?» disse la buona Silvia — ricordando il caro compagno della sua vita — e solleticata forse da un geloso pizzicore rispetto all’Aurelia.

«Niente di più facile,» rispose Giulia — a cui era diretta la domanda. «Vicini alla frontiera come siamo — noi potremo varcarla — dirigerci a Livorno ove stanzia la Clelia — e di là veleggiare per l’isola che non è lontana.