Pagina:Garibaldi - Clelia.djvu/227


L’antiquario 213


«vano essere ben infelici e fieramente perseguiti coloro che si procuravano questa terribile dimora — a furia di tante fatiche! — E molto ricco doveva essere chi pagava l’ecuzione di opere sì gigantesche.

«Mentre questi pensieri — mi passavano per la mente — io camminava al chiaror del mio cero — scioglievo il filo del gomitolo — e procedevo — procurando di seguire la direzione indicata dalla ristretta linea dell’imboccatura. — Ma coll’andare innanzi il sotterraneo si dilatava e presentava tra le colonne di tufo, che ne sostenevano l’immenso tetto — vari anditi — che conducevano in direzioni diverse — e un po’ fantastiche e fuori di simmetria — come se l’architetto avesse voluto gettare nell’inganno il visitatore — raggirandolo in una specie d’inestricabile labirinto.

«Tutte queste viste ed osservazioni m’inquietavano alquanto — e dico il vero: qualche volta mi sentivo fallire il coraggio — ed ero sul punto di tornare indietro — ma l’amor proprio mi gridava: vergogna! a che tanti preparativi per fare un fiasco? e allora mi adontavo contro me stesso per la mia paura. — Poi non avevo in mano il filo salvatore, che doveva ricondurmi a rivedere il cielo?