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capo terzo 51


d’argento o è uguale o è forse anche minore d’allora; perché della moneta d’oro è cresciuto infinitamente l’uso, le carte rappresentanti il danaro sono piú numerose, e finalmente egli è la velocitá del giro del danaro, non la quantitá de’ metalli, che fa apparir molto o poco il danaro. E che poco sia oggi l’argento, si può argomentare dall’avvertire che ne’ banchi di Napoli, da’ quali senza controversia per tre milioni di carte sono date fuori, soli quattrocentomila ducati di argento vi si conservano. Né voglio che faccia ad alcuno difficoltá l’essersi dal marchese del Carpio in poi sempre seguito a battere moneta d’argento fra noi, sicché in tutto diecessette milioni di ducati si sono coniati; perché ognuno può vedere che que’ del Carpio sono in grandissima parte giá mancati, e molte delle monete anche piú nuove sono o liquefatte o andate via o perdute: onde non si può affatto dire che tanta sia la moneta quanta se n’è battuta, ma incomparabilmente meno. Questo è il computo che io ho saputo fare, e su cui molte cose, meditando, conosco.

Pericolosa cosa sono certamente e fonte di gravi abbagli i calcoli dell’aritmetica politica, perché quasi tutti senza stabilitá né alcuna notorietá di principi conviene che si faccino; e i soli principi, se a questi nobili studi attendessero, potrebbero colla loro autoritá avverar i fatti e le sperienze. Sono poi questi errori assai piú facili ad intromettersi, quando la passione guida la mente, non a trovare il vero, ma a trovar ragioni da confermare quello che ci è piaciuto senza motivo alcuno profferire. Esempio miserabile di questo è stato il cavalier Guglielmo Petty inglese, il quale nel suo ingegnoso trattato dell’Aritmetica politica molte cose lontane affatto da ogni veritá ha co’ suoi calcoli felicemente dimostrate, avendosi per ultimo scopo prefissa, non la veritá, ma la gloria della sua nazione, i cui pregi per altro non richiedevano che con mostruose supposizioni s’ingrandissero fino al ridicolo. Da cosí funesto esempio io imparo a non derivar conseguenza veruna, che non resti vera anche se di due o tre milioni avessi errato; ché di piú, certo, non posso errare. In prima io avverto che, il metallo d’argento non coniato essendo quattro volte maggiore del coniato, secondo