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316 note aggiunte nella seconda edizione


rendono quasi inaccessibili all’uomo. Aveano i nostri mari allora le balene e i mostri marini; avean le terre i cannibali e forse i gran patagoni; avean tigri, leoni, serpenti. L’uomo bianco (il conquistatore della natura) gli fugò, gli distrusse; e, quando non se ne videro piú nelle nostre regioni, il racconto dello stato antico parve apocrifo e favoloso. Ma le facili sovversioni e le frequenti traslazioni delle nascenti colonie sono consimili nell’antica mitologia e nella moderna storia de’ viaggi. Lo studio e le osservazioni per assicurarsi dell’aria e della terra salubre nel fondarle in suolo ignoto, furono l’origine dell’aruspicina e degli augúri etruschi. Le guerre cogli indigeni selvaggi, ed il traffico contemporaneamente con essi fatto, rassomigliano nell’una storia e nell’altra. La preferenza data all’isolette le piú meschine per fondarvi le colonie, evitando la terraferma, piú soggetta alle sorprese di gente selvaggia e brutale, ma che non avea navi, è simile del pari nella storia antichissima de’ fenici ed in quella d’America. L’ambrosia e il nettare sono i cibi dolci e le bevande spiritose recate a’ selvaggi europei, che ne divengono golosissimi e che le chiamano cibo e bevanda degl’iddii, perché «dii» chiamavano quel popolo piú culto, d’Oriente venuto, che gli civilizzò e gli conquistò. Orfeo è un missionario che viene d’Egitto a dar le prime idee d’un culto religioso a’ selvaggi, e vi perde la vita.

Mi arresto qui. Lo sviluppo e la dimostrazione di quel che accenno è materia troppo piú che d’una semplice nota. Chi sa ch’io non finisca un giorno questo libro. Confesserò ingenuamente che non era esso ripieno di molte cose che fussero in tutto nuove e non dette da altri, ma il riunirle in una veduta sola e formarne quasi un sistema d’una storia la piú verisimile e la piú semplice e purgata da’ trasporti e da’ voli della fantasia degli eruditi, era forse cosa utile e nuova.

V

(p. 15, r. 4 sgg)

A dimostrar che ai tempi della guerra troiana era giá la voce «ecatombe» passata a dinotar anche i sagrifizi d’agnelli e di capre, sembrami qui bastante il rapportar due passi d’Omero. Al libro primo dell’Iliade, versi 65-7: