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capo secondo 249


meccanicamente ancor dura. Il dritto della zecca conviene che sia il men che si possa grande; e, quando egli è del due per cento, è giusto assai. Con esso, dunque, in un milione di ducati n’acquista un principe ventimila: acquisto a’ nostri di poco considerabile per un principe che non sia povero assai. Che se da tal guadagno si toglie la spesa del trasporto de’ metalli e il guadagno che v’hanno a fare i provveditori di esso, egli resta anche di molto minore. La zecca non può dare impiego e nutrimento a piú di duecento persone. Adunque non è degna della cura del principe una manifattura che a lui rende sì poco, a’ suoi popoli niente; essendo duecento uomini, riguardo a tutto uno Stato, un vero niente. Né l’esempio della sapienza veneta merita opporsi a ciò ch’io dico; avendo i veneziani il maggior guadagno dalla ignota tempra che danno all’oro, non dalla zecca; ed io son persuaso che, s’essi temprassero l’oro e poi come mercanzia lo rivendessero in verghe, n’avrebbero frutto maggiore. Degli altri Stati poi l’esempio non mi fa forza nessuna; poiché gli uomini piuttosto imiteranno servilmente un’operazione altrui, inutile ad essi e talor anche dannosa, che non pensarne e suscitarne una buona. E che ciò, ch’io dico, sia vero, si può conoscere facendo questa considerazione. La spesa di trebbiare il grano col calpestio delle cavalle, come in gran parte del nostro Regno e di Sicilia si costuma, quando si computi il danno della morte e dell’aborto delle giumente, il danno de’ poliedri, l’erba che da loro inutilmente si pasce ed ogni altro, si può valutare la quarta parte della spesa totale d’una raccolta; che è quanto dire, nel nostro Regno, due carlini il tumulo. Negli anni propizi sono fra noi dalle cavalle pestati almeno cinque milioni di tumuli: dunque una macchina, che senza animali trebbiasse, sarebbe, se questa si trovasse, un acquisto d’un milione di ducati l’anno; e a piú di ventimila persone si renderebbe un mese di tempo libero ad occuparsi in travaglio meno penoso, oltre all’immensa quantitá di terreno, che avanzerebbe, non pasciuto da animali, che hanno da essere consecrati ad un’opera tanto per loro mortifera e fatale. Ora io disfido tutti che mi si mostri alcuno scrittore, di quanti al