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capo terzo 115


La moneta di rame è la prima, di cui s’è intermesso il conio fra noi, non essendosene battuta alcuna dal regno di Filippo quinto in poi, quanto è a dire da quasi cinquant’anni. E pure quelle di questo re sono per la maggior parte passabilmente ben conservate o solo dall’uso sfigurate; ma quelle di Filippo quarto ed alcune di Carlo secondo sono state tutte cosí mostruosamente tosate e guaste ne’ calamitosi tempi, in cui questo Regno era tormentato da gente scellerata, che molte appena hanno la metá del valor antico, che nella impronta dimostrano. Sonovene inoltre alcune di non meno memorabile tempo di delitti e di sciagure, che son dette «del popolo», e nella sollevazione del 1647 dal duca di Guisa furono fatte coniare; e sono grana e publiche, che hanno per impronto da una parte le armi della Libertá napoletana, dal rovescio l’Abbondanza: non men delirio l’una che l’altra. Queste sono la metá piú piccole dell’altre, e mostrano bene che, in cambio di abbondanza e di libertá, si dava al popolo, per quanto si poteva, fraude e violenza.

La meraviglia di molti è come indifferentemente monete si diseguali, guaste e mancanti abbiano potuto correre ed accettarsi; e questa meraviglia, che non è senza ragione, merita d’esser dileguata colia dichiarazione di questo perché. Il metallo basso non è soggetto ai colpi de’ difetti, che non sieno grossissimi. Inoltre, quando un paese ha cattiva moneta di rame, comunque ella si sia, conviene usarla, né può nascondersi o liquefarsi o andar via tutta, come all’oro e all’argento interviene: perché, essendo piú necessaria al commercio per pagare quelle spese minute, che sono il sostegno d’ogni piú grande manitattura, mai un uomo, per fare un picciolo guadagno nella moneta di rame, non se ne disfará, mandando a male tutta un’industria e lavorio. E noi vediamo che il somministrare questa moneta dá da vivere a una professione d’uomini, che chiamansi «cagnacavalli». Dippiú il rame non passa d’uno in un altro stato, e, quanto è piú gravoso e vile, tanto è piú pigro a fuggire. Infine la velocitá del giro suo, essendo almeno quattro volte maggiore di quel dell’argento e sei piú dell’oro, fa che ognuno lo prende, perché è sicuro sempre di potersene