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capitolo vii 37

     che, se a te piace ed ella me ’l consente,
65prego che facci che meco rimagna
insino all’altra festa rivegnente
     e non sia grave a lei nostra montagna;
ché meco la terrò non come ancella,
ma come mia carissima compagna.—
     70La dea assentío ed anche Lippea bella;
e l’altre ninfe ne fenno allegrezza,
mostrando ognuno insieme esser sorella.
     E tutto il loco s’empí di dolcezza,
di canti e balli su nel verde prato,
75il quale ha ben sei miglia di larghezza.
     Cupido, ed io con lui, stava occultato;
e dalle dèe sí poco er’io distante,
ch’io intendea lor parlar da ogni lato,
     quando l’Amor mi disse:— Tutte quante
80le ninfe hai viste; or, dimmi, qual tu vuoi?
a qual ti piace piú esser amante?—
     E detto questo, d’un de’ dardi suoi
d’oro ed acceso mi percosse il petto,
e beffeggiando se ne rise poi.
     85Ed io a lui:— Il grato e bello aspetto
della gentil Lippea tanto eccede,
che nulla paion l’altre a lei rispetto.
     Ma perché non è esperta, non s’avvede
ch’io l’ami e che di lei m’abbi ferito,
90e la mia pena occulta ella non crede.
     Per quella fé, con la qual t’ho seguito,
ferisci ancora lei, perché s’avveggia
quant’ha valore in sé l’arco tuo ardito.—
     Cupido rise come chi beffeggia;
95cosí ridendo da me disparío
sí come un’ombra o cosa che vaneggia.
     — Ove ne vai— diss’io,— o falso dio?
perché mi lassi? Or veggio ben ch’è folle
chi pone in te speranza ovver desio.—