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invecchiato in paragone delle ultime ristampe, che avean cercato di ringiovanirlo rispetto a quelle piú antiche. Ma che importa ciò, se esso, senza ritornare alla rozzezza delle prime edizioni, riacquista un aspetto piú confacente alla sua origine, al luogo, cioè, ed ai tempi in cui fu composto? A me insomma è parso che, date le condizioni del poeta, il quale visse molto tra la sua Umbria e la Toscana in quel periodo di transizione dal sec. XIV al XV, l’opera sua dovesse risentire, piú di quanto non risulti dall’edizione cannetiana, degl’influssi esercitati su lui dal natio dialetto e dall’umanesimo fiorentino. Del resto, se si leggono i codici e le prime edizioni del Quadriregio, vi si trovano moltissime parole dialettali umbre e moltissime altre di forma assolutamente latina; e se le prime sono talvolta frutto e conseguenza delle abitudini dei copisti e dei tipografi, non si può dire lo stesso delle altre. Io non ho preso dai testi consultati tutto ciò che avrei potuto mietere in questo doppio terreno: tanto è vero che qua e lá il lettore potrá incontrare le stesse parole ora riprodotte in una forma ora in un’altra; ma tutte le volte che ho trovato piú testi concordi o quasi nella riproduzione dialettale o latineggiante d’un vocabolo, io l’ho accettato e introdotto nella stampa. Un glossario spiegherá in fondo le parole umbre meno facili a comprendersi, e vi si terrá conto, fin dove sará possibile, delle Dichiarazioni del Boccolini e delle osservazioni del Crocioni sui dialettismi frezziani.

Cosí ho cercato di dare al testo del Quadriregio una forma piú genuina, o, per lo meno, piú corrispondente a quella antica. Inoltre ho tolto il maggior numero di maiuscole inutili; ho disteso molte forme verbali e mutato molte «e» in «ed»; ho stabilito una punteggiatura piú esatta e meno capricciosa; ho curato, per quanto ho potuto, l’ortografia delle parole e l’esattezza metrica dei versi, che spesso sciolgono i dittonghi ed escludono l’elisione, ed ho corretto tutti gli errori tipografici sfuggiti agli editori del 1725 e del 1839.

Dopo ciò che son venuto dicendo fin qui, ben pochi sono i versi del poema frezziano che in questa edizione abbiano conservato in tutto e per tutto l’aspetto che avevano nelle ultime. Esporrò ora alcune osservazioni ed avvertenze che riguardano versi e terzine speciali.

Libro I, cap. III, v. 8: Ho conservato la lezione della Folignate, sebbene nella Perugina se ne abbia un’altra: «che tu non l’abbia avuta al tuo desire»; v. 126: Ho tolto il secondo «con» della Folignate,