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CAPITOLO V
Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito.
Mentr’io dicea, ed ella strignea i denti
irata verso me ed era morsa
da’ suoi capelli, ch’erano serpenti.
E giá Minerva avea la via trascorsa,
5al mio parer, un gittar di balestro,
ond’io per giunger lei mi mossi a corsa.
Però partimmi e pel cammin alpestro
sí ratto andai, ch’io fui appresso a lei
come scolar che va dietro al maestro.
10Ed ella a me:— Li figli, che li piei
seguitan d’esta belva e ’l suo calcagno,
se vuoi sapere, or nota i detti miei.
Sappi che, quando alcun, sol per guadagno
o altro bene, d’invidia s’accende
15contra il vicino artista ovver compagno,
questo ha alcuna scusa, s’egli offende;
ché sempre alla cagion, che ’l bene scema,
alcuna invidia ovver rancor si stende.
Ma, se la volontá la gran postema
20ha dell’invidia senza essere lesa,
e senza pro e senza alcuna téma,
cotale invidia non può aver difesa;
ché sol malizia ha quel rancor commosso
senza esser adontata ovver offesa:
25sí come il can che non può roder l’osso,
che, quando vede ch’altro cane il rode,
con impeto, abbaiando, gli va addosso.