Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/193


Diomede son io, che son sí guasto--

       --diss'egli a me,--che giá gli uomini vivi
       diedi a' cavalli miei per biada e pasto.
       Se tu nel tuo emispero mai arrivi,
 140   prego che di lassú da te si dica
       (ed a chi nol puoi dir, fa' che lo scrivi)
       che chi degli altru' affanni ovver fatica
       pasce cavalli o altra cosa vana,
       e chi, robbando, sua vita nutríca,
 145   sará menato in questa valle strana,
       ove stan questi del sangue assetiti
       vieppiú che 'l cervio alla viva fontana.--
       Poscia che avemmo i suoi sermoni uditi,
       Minerva verso un monte la via prese,
 150   nel qual senz'ali mai saremmo iti;
       ch'avea le ripe sue tanto distese,
       che, secondo che disse la mia scorta,
       nullo mai vi salí ovver descese.
       Vero è che giú ai piè era una porta,
 155   la quale aveva scritto su l'usciale
       queste parole in una pietra smorta:
       «Chi vuol montare insú, di qui si sale;
       e suso sta in una gran pianura
       il gran Satán altiero e triunfale».
       Allora intrammo quella porta scura.


p. 188