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Fascio Secondo. 125

le lodi di Mario, o d’Annibale; accioche imitarli possiamo. Lodare i viventi è beffa, massime Imperatore, da cui si spera, i quali si temono, e ch’errar possono. Io desidero di piacer vivo; mà d’esser lodato morto.

Tiberio, tornò à dire Momarte, che fù un Imperatore di sospeso, e d’irresoluto giudicio, lasciava marcire i Cittadini ne’ Governi, ò ne fusse cagione il tedio, d’haver à premutarli, ò l’invidia di veder pochi huomini ricchi de i furti delle Provincie. Un oscuro ingegno, spinto da indiscreto zelo, rinfacciò all’Imperatore sotto sigillo di lettera le sue lentezze, e’ pregiuditij che da quelle ne’ Sudditi risultano; ma non hebbe luogo il Componimento frà i Cartelli, perche il Prencipe non ne publicò la missione, e si valse del motivo, quantunque temerario per un giovevole riscuotimento di Natura. I sensi dello Scrittore furono tali.

TIberio mio, per tante flemme, c’hai,
     Merti d’un Nume i Titoli superni;
     Che se gli Dei nel Ciel vivono eterni,
     Tù eterno ancor non la finisci mai.
Perche largo di mano esser non sai,
     Lungo ti mostri in permutar Governi;
     Per questo avvien, ch’à i nostri humori interni
     Con tante flemme tue bile tù fai.
I tuoi Governator vivon d’inganno,
     Frà Venere comprata, e Astrea venduta
     O ne ruban la Lana, ò Corna danno.