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L’aspalato, il cipresso eterno, e il cedro,
Ed il cipero, e il calamo odoroso.
Casia adunque non manchi, e non amomo,
Noci moscate, agalloco, canella.
205V’è pur nei prati, e alle paludi appresso
Scordio a veleni, e a tutte pesti, avverso,
Erba, che a lieve stento aver tu puoi:
La chioma à verde, ed il camedrio imita;
Rosseggia il fior; d’aglio à sapore e nome.
210Di questa alla prim’alba il crin frondoso,
E cuoci la radice, e bevi a josa.
Nè taceran di Te miei carmi, o Cedro,
Gloria d’Esperie e selve Mede, e quivi,
Benchè lodato pria dai sacri vati,
215Non sdegnerai la mia medica Musa.
Così verdeggi ognor tua chioma, e folta
Sempre, e per nuovo fior fragrante, e carca
D’auree pendenti poma, orni la selva.
Dunque i ciechi a sturbar germi del morbo
220L’ammiranda preval citerea pianta,
Che a lei Ciprigna, Adone suo piagnendo,
Molte accrebbe virtudi, e diede i doni.
Nel concavo talun di vitreo vaso
Che oblungo à il collo, e tondo il ventre in giro,
225Manipoli d’Ideo Dittamo, o d’Edra
Cuoce, o d’Iride illiria, o la radice
Negra del Ramno, o l’Enula: il vapore
Alto n’esala, e lieve il vuoto n’empie.
Ma come l’aere incontra, e il freddo vetro,
230Stringesi denso in umida rugiada,
E pel canal trascorre in vago rio.
Dell’acqua distillata ai primi albori
Recano un nappo a ber, indi nel letto
Comandano il sudor, nè invan, ch’ei vale
235Le reliquie del morbo a scior nell’aure.