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328 | caos del triperuno |
— G alanta mia, perché mi fuggi, ingrata?
I o son il tuo fidele Triperuno:
O ve serpendo vai? vieni a me, vieni,
N on ti levar da me, ché bona cura
I o sempre avrò di te, fin che col tempo
S i trovi chi ti renda a l’esser vero. —
D issi queste parole e passo passo
I' m’avvicino, losingando, a lei.
V enne dunqu’ella, dolce mormorando,
I ntratami nel sino a starvi ad agio.
B asci soavi quella mi porgeva,
E d io basciava lei, non men insano,
N on men caldo di quel che fui davanti.
E ra sul picciol dorso tutta d’oro,
D i latte il corpo e leggiadretti piedi,
I ntorno al collo un circolo di perle
C into l'adorna e fammi esser men grave
T utta la doglia che m’assalse, quando
I o vidi lei cangiarsi a me davante.
L o giorno mai, la notte mai non cesso
A ppagarmi di questo sol piacere.
V enni a Perissa finalmente, dove [Soperstizione.]
R estar non volse Fúlica, ché ’l loco
E ra d’errori e soperstizia pieno.
S tetti qui molti giorni, mesi ed anni
I n una grotta sol per fiere usata,
B evendo acque de stagni torbe immonde,
I onci e palme tessendo e molli vinci.
N on mi levai dal dosso mai la gonna,
O nde l'immondi vermi di piú sorte
M’ erano sempre intorno vigilanti,
E d un setoso manto folto ed aspro
N on mai giú da le nude carne i’ tolsi.