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292 caos del triperuno


TRIPERUNO

S tavami basso nel cespuglio e queto,
V ago d’udire piú che mai Limerno,
E giá m’era disposto per adrieto
V olgermi di Merlin for del governo.
E al fin sbucato da la macchia, lieto [Ut cadat in Scyllam cupiens vitare Charybdim.]
R ichiamo lui: — Deh! svellemi d’inferno! —
A lui dico, che giá, calando il sole,
T olsesi dal cantar dolci parole.

— O vago — a lui diceva — giovenetto,
B en mi terrei de gli altri piú beato,
S’ io fusse tale che tu avessi grato
T enermi (ecco son presto!) a te soggetto. —
R estossi allora quello, e col bel viso
I l novo Ciparisso ovver Narciso:
— C hi chiama? — disse e, vistomi soletto,
T ennesi a lungo il naso fra le dita:
— O h tu! mi sai — dicea — di lorda vita!

C ácciati presto in quel fragrante rivo,
L avandoti lo puzzo fin ch’io torni. —
A llor si parte ritrosetto e schivo,
V edendo una carogna in luoghi adorni.
S pogliomi nudo in quel fonte lascivo [Hic pudicitia, hic natura adulteratur.]
T emprato d’acque nanfe, che da’ forni
R igando viene giú d’un monticello,
O ve Ciprigna gode Adonio bello.

C elavasi, ne l’alpe giunto, il sole.
E cco, fra molte ninfe vaghe e snelle
L imerno torna solacciando, e quelle
L ui van ferendo a bòtte de viole.
I o, ch’era nudo, ambe le mani aduno