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278 caos del triperuno


Merlino. Sí, ma verace.

Limerno. Qual veritade ho io giá inteso per la bugia testé fatta?

Merlino. Perché Ferrara cortesa non per mosche o tavanelle mi è a noia, ma perché ivi raccoglionsi lor vini su le groppe de le rane. Pensa mò tu qual eccidio, qual ruina sarebbe del mio stomaco!

Limerno. Ferrara e Mantoa di molte qualitadi si corrispondeno. Ma voglio che, sí come ora ti concessi lo mio cantar latino, cosí non manco tu ti comporti ne l’ascoltarmi un breve capitolo.

Merlino. Chi fu lo autore di esso?

Limerno. Perché ciò mi domandi tu?

Merlino. Quando che non mi dilettino molto le cose tue, e consequevolmente non ti presto udienza se non sforzato.

Limerno. Non è mio veramente: io giá fora d’un scrigniolo quello rubbai dentro di Lementana, o Nomentana meglio diremo, [«Nomentana meum tibi dat vindemia Bacchum | Si te quintus amat, commodiora bibas». Mart.] luntano da Roma diece migliara; castello nobile sí per la vecchiezza di esso sí per la generosissima famiglia de Orsini, di quello ed altre assai terre posseditrice e madonna. E benché io molte volte l’abbia per mio recitato, nulla di manco (mi confesso a te) non esser egli mio son certo, ma d’un Gian Lorenzo Capodoca secretario del signore del loco.

Merlino. Ora incomincia, ed io frattanto un sonetto voglioti comporre.

LIMERNO

Sia pur contrario a noi l’aspro furore
d’ogni stella crudel, d’ogni elemento,
ché l’ira sua non piega un stabil cuore:
latri chi vol latrar, io gli ’l consento,
ché tanto si alza piú la fiamma accesa [«Oh felix hominum genus, si vestros animos amor, quo coelum regitur, regat!». Boët.]
quando lei spegner vole un picciol vento.
Qual piú lodevol, qual piú chiara empresa
d’una costante, d’una fede pura,
ch’odio non teme né di sorte offesa?