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270 caos del triperuno


A l ciel or triunfando spiego l’ale;
N on ho di sorte ch’io piú tema l'onte,
D a poi ch’anti sí altera e degna fronte [Proprium huius principis prudentia est.]
R agiono, ed ella udirmi assai le cale;
E perché del suo nome alto immortale
A lzar piú non potrei le note cònte,
S crissile in capo de’ miei versi al monte,
D ove salir vorrei con piú alte scale.

G loria del mondo non che d’un sol stato
R egna costui, ch’ai fatti egregi e ad essa
I ntegra forma ogni mortal eccede.
T urchi, mori, tedeschi, e d’ogni lato
V ien gente al grido; e mentre l’ode e vede,
S ovra la fama esser il ver confessa.

LIMERNO


A l'eccellenzia e magnanimitade d’un cotal principe meglior tuba, che lo sollevi e innalzi, non si potria giammai trovare di questa. E se d’intender brami lo nome del lodato signore, li capoversi del cantato sonetto chiaramente quello ti appresentano. Ma ecco si move a dirne appresso: sta’ queto.


Voi che soavi accenti, alte parole,
rime leggiadre e pronti sensi ognora
impetrate dal ciel, deh! perch’un’ora
ei non me’nspira esser di vostra prole?
Direi che d’un tal principe non sòle
giá ’l mondo esser adorno, il qual onora
non pur Vinegia bella, ma di fora [Summus locus bene regitur, quum is qui praeest vitiis potius quam populo dominatur.]
le genti sotto l’uno e l’altro sole.
Cantate ’l dunque voi, ché, a me se diede
benigna udienza (onde lieto ringrazio
l’inclita sua virtú), l'atto gentile
quanto piú voi di dire avrete spazio!
Ma ben v’annunzio che stolt’è chi crede
poter tant’alto porger uman stile.