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selva seconda 267


Merlino. E dove?

Limerno. Ne la quinta fantasia del tuo volume.

Merlino. Piú questo in un Zambello potevasi tollerare che in un cavallero e paladino di Franza, e piú col mio stile macaronico che col vostro tanto onorevole toscano.

Limerno. Adonca, se ben comprendo, appresso di te lo stile toscano è avuto in riverenzia, che «cosí onorevole» lo chiami?

Merlino. Perché no?

Limerno. Che ne so io? mi pare di stranio ch’un uomo macaronesco voglia magnificare l’eloquenza toscana.

Merlino. La cagione?

Limerno. Perché lo bove si rallegra nel suo puzzo. [Bos gaudet in stercore suo.]

Merlino. Ed a te quanto la lingua toscana viene in grazia? in che openione l’hai tu?

Limerno. Sopra tutte le altre quella reputo degna, laudo, magnifico, e contra li detrattori di essa virilmente lei deffendo; ché, quando talora per sotto queste ombre mi trovo le belle rime del mio Francesco Petrarca aver in mano ovvero quella fontana eloquentissima del Boccaccio, uscisco, leggendo, fora di me stesso, devengone un sasso, un legno, una fantasma, per soverchia maraviglia di cotanta dottrina! Qual piú elegante verso, limato, pieno e sonoro di quello del Petrarca si può leggere? qual prosa orazione si può eguagliare di dottrina, di arte, di arguzia, di proprietade a quella del facondissimo Boccaccio? Dilché io reputo gli uomini litterati, li quali nulla delettazione di questa lingua si pigliano, essere non pur di lei ma di cortesia, gentilezza ed umanitade privi.

Merlino. E quali sono questi detrattori di essa?

Limerno. Alquanti persianisti pedagogi o pedantuzzi.

Merlino. Che cosa dicono?

Limerno. Cotesta lingua essere cagione di lasciar la romana.

Merlino. Ed io nel numero di costoro mi rallegro essere, ché di te e d’altri toi simili ignoranti maravigliomi, li quali, non intendendo dramma de la tulliana facondia e gravitade virgiliana, vi sète totalmente affisi ed adescati al «quinci», «quindi», «testé», «altresí», «chiunque», «unquanco», «altronde», ed altri dal tosco usitati vocaboli.