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198 appendice

in ottava rima la Umanitá di Cristo figliuol di Dio, ove nel principio si dole assai aver perduto gli anni sotto il titolo di Merlino, quando dice:

     Vero è ch’un pensier grave ognor m’elice
vento dal petto e pioggia fuor degli occhi,
d’aver seguito invan l’adulatrice
mia voglia e quella piú d’alcuni sciocchi.
Scrissi giá sotto ’l nome, onde l’ultrice
fiamma del ciel par sempre in me trabocchi.
Nome di leggerezza, or me ne spoglio,
e quel che sona amor di Dio ritoglio.

Per lo nome di «legerezza» s’intende «Merlino»; per quel che sona «amor di Dio», «Teofilo». Ancora in un volumetto di Epigrammi ha inserto questo, assai elegante e fuora de macaroni:

Quae quondam, fateor, docili mihi floruit actas
     magnificum poterat laudis adire iubar.
At mens decipitur iuvenum, quae lubrica saepe
     unde decus poscit, dedecus inde referi.
Cum mihi praeteriti subeunt insomnia Baldi
     tam pudet ut pudeat non puduisse satis.
Infelix tamen ipse minus fortasse viderer,
lusissem varios si sine dente modos.

Ed anco nel suo Iano latino in verso eroico, cosí pentendosi, parla:

Ergo erit ut semper vulgo plaudente iocosum
musa ferat Baldum? musa arida, musa choraeis
aonidum seclusa, decus quae prodigit omne,
futile dum rauca disperdit arundine carmen?

Or dunque, perseverando col frate suo in cosí buono e securo stato, al fine d’una febre maligna infermato, rese l’anima al suo fattore; la qual cosa udendo io, subito fui col fratello a ritrovar le molte carte da lui scritte. Trovammo che per cagione di ricantare avea rifatta la Macaronea, come si può leggere tutta tramutata, e di gran lunga piú dotta, faceta e onesta della prima, con un tetrastico latino, il quale è:

Tam mihi dissimilis sum factus et alter, ut illud
     primum opus alterius constet, hoc esse meum.
Causa recantandi phama est aliena, malorum
     iudicio et calami cuspide fossa mei.