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gurio immondo dov’era una gioia di morire. La contessa era una bambina in quel tempo e avea donato il crocifisso alla figliuola del bifolco per suggerimento di sua madre, della contessa d’allora, una mite donna, morta da un pezzo e non dimenticata dalla povera gente.

La moribonda si era confessata d’aver pensato male dei padroni, e anche d’averne qualche volta mormorato, facendo consentire suo marito a bestemmie, perchè, malgrado suppliche e suppliche, mai non le avean fatto riparare il tetto né il pavimento, né la scala, mai non le avean fatto mettere le impannate alle finestre. Adesso si pentiva, si ricordava della buona padrona vecchia, domandava perdono, nel suo cuore, al signor conte e alla signora contessa, pregava Dio e la Madonna per essi.

Nello stesso momento in cui l’uomo le posò sullo stomaco i mattoni, che scottavano, ella ebbe una contrazione, uno spasimo di tutto il corpo e spirò.

Egli le buttò della paglia sul viso nero, le tolse, a stento il crocifisso di mano, e se lo cacciò in tasca, brontolandogli come ad un buono a nulla;