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domestici, anche quelli ch’erano mandati alle case loro in licenza, perchè voleva il bene di tutti, li costrinse a prender dieci goccie di laudano per ciascuno. Il bambino ebbe del cioccolatte.

Finalmente la carrozza venne di gran trotto, dalla parte del giardino, a fermarsi davanti alla villa. Prima di scendere, la contessa, ch’era molto pia, si ritirò nella sua camera per un’ultima preghiera. Presa una sedia, v’inclinò su la persona chiusa in un costume attillato di flanella bianca, congiungendo sulla spalliera i guanti neri ad otto bottoni, coperti, al polso, di cerchi di platino e d’oro, alzò al cielo la penna del cappellino di velluto nero e gli occhi fervorosi, battè frettolosamente ed a lungo le labbra. Non disse al Signore una sola parola per le miserabili creature che avevano perduta la madre, né perchè il colèra risparmiasse le rudi vite incatenate nello stento alla terra potente che le aveva dato la sua villa, i suoi gioielli, i suoi abiti, il suo profumo di Vienna, le sue raffinatezze, il suo orgoglio, suo marito e suo figlio, il suo comodo Iddio. Non pregò neppure per sè. Ella, che vedeva già sè e i suoi colpiti dal colèra