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che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora Gegia e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora Gegia aveva lavorato in calza tutto il tempo con una faccia molto seria, senza rivolger mai la parola a sua nipote, che intanto, desiderando pure di evitare il dialogo, aveva letto il giornale e suonato il piano.

«Benedeto!» esclamò la siora Gegia vedendo entrare il fattore «xe ora?» E sto paroco dunque?»

«Mi son qua de stuco» rispose il sior Toni. La Nana si sentì gelare il sangue e non parlò.

«Cossa xe nato?» chiese la vecchia.

«Cossa vorla che ghe diga! La stria lo ga portado qua e la stria lo ga portado via.»

Le due donne lo guardarono, studiando il suo viso furbesco. La vecchia aveva i suoi sospetti e molti; trovandoseli vagamente confermati e ripromettendosi di sapere ogni cosa l’indomani mattina non domandò più nulla, diede una occhiata silenziosa alla nipote, spense uno dei due beccucci della lucernina e disse con tutta flemma: «Ben, andemo in leto».