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Pagina:Ferrero - Meditazioni sull'Italia, 1939.djvu/206

187 commemorazione di machiavelli


Se questo principio l’ho creato io, certo l’hai diffuso tu; se io l’ho immaginato, tu l’hai giustificato, chè dico, te ne sei servito senza misura. Ma poiché il mio nome non era il sigillo più opportuno, per far diventar rispettabile la Ragion di Stato, tu e i tuoi accoliti avete ricorso — oh ! oh ! a chi mai ? — a Tacito ! Ma non v’accorgete, che fate ridere ? Mi bruciate in effigie, e intanto mi rubate sotto mano le idee e le spandete nel mondo, unte dal papa legittimate da Tacito, e cioè da uno storico che le ha combattute tutta la vita. Oh ! A quell’epoca avrei voluto incontrare la sua ombra.

Giusto Lipsio. — Tutto questo discorso non è preciso.

Machiavelli. — Allora ricorriamo ai testi. Prendiamo la tua famosa Politica. Ci troviamo, a colpo, questo innocuo precetto: «Se al mio Stato son necessarie una città o una provincia, e so che un altro, nel caso in cui non mi movessi, le occuperebbe con grave mio danno, non debbo forse prevenirlo ? » Ecco un consiglio istruttivo, Giusto Lipsio. Ma non ti sei contentato di sottrarmi, camuffandoli, dei principî: mi hai ripreso anche delle immagini, se non sbaglio, ho scritto che gli uomini sono cattivi e pazzi e che per governarli non basta esser leone, ma bisogna esser volpe. E tu: «In mezzo a chi viviamo ? Tra i furbi, i cattivi, e quelli che sembrano fatti tutti di frodi, tranelli e menzogne. Gli stessi Principi appartengono a questa classe; e per quanto