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Pagina:Ferrero - Meditazioni sull'Italia, 1939.djvu/204

185 commemorazione di machiavelli


Giusto Lipsio. — Credi?

Machiavelli. — Gli uomini non hanno mai amato la saggezza. Ti pare che, se no, m’avrebbero amato? Ma credono di amarla. Guarda quel che m’è successo. Io — come dici tu — non sono stato savio per nulla. Eppure oggi il mondo con gran pompa mi commemora. E tutti mi ammirano, non come un pazzo di genio, che sarebbe poi la sola maniera ingegnosa e morale di ammirarmi, ma come un uomo, politico, pieno di previdenza, chiaro esempio di buon senso. Io — dunque — uomo di buon senso? Ti giuro che non mi ci raccapezzo! Non paghi di ammirarmi, gli uomini mi vogliono anche giustificare; non paghi di giustificarmi, mi vogliono leggere. Non era pericoloso, che gli uomini mi ammirassero, quando non mi leggevano; ma da quando han cominciato a leggermi mi sento ansioso e indispettito allo stesso tempo. Tu sai come abbia scritto da spregiudicato, da cattivo soggetto. I miei libri mi parevano degni, almeno, di un po’ di scandalo. Avrebbero dovuto, per lo meno, provocare negli uomini un sentimento di irritazione, se non di inquietudine, — ma acquietarli no — questo no. Che mi si dica: «ecco un modello di buona politica», è troppo. Invece di bruciarmi nelle piazze, gli uomini vengono a me come mandre di pecore, devotamente, scolasticamente immorali. Oh! Questa universitaria e dotta birbanteria! I miei libri sono commentati nelle scuole: e questo è il più grande scandalo. Perchè si cerca di persuadere i bambini — povere