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Pagina:Ferrero - Meditazioni sull'Italia, 1939.djvu/114


del romanzo e della coscienza morale 95


un amico «metà dell’anima sua», perchè io sentivo che l’anima mia e l’anima di quell’amico fossero un’anima in due corpi, e perciò la vita mi era in orrore, perchè non volevo vivere a mezzo; e pure temevo di morire, anche perchè non morisse con me, pienamente, colui che avevo tanto amato».

Altrove, a proposito delle lodi, osserva: «Non avrei voluto essere lodato e amato come i commedianti, benché anch’io li lodassi e li amassi; ma avrei prescelto di essere ignoto, piuttosto che di essere noto cosi, e di essere odiato, che amato cosi.»

«Ma dove sono distribuite, in un’anima sola, tante misure di si vari e si diversi amori? E come mai amo in un altro ciò che detesterei e allontanerei da me, se non l’odiassi, quando siamo ambedue uomini? Perchè non si può dire lo stesso di un cavallo, come si dice di un attore, che è della nostra natura? Dunque io amo in un uomo ciò che non vorrei essere pur essendo uomo?»

«Del resto — aggiunge poche frasi appresso, a mó di conclusione — io godo, è vero, di essere ammirato, ma godo assai più della verità che mi sembra dar soggetto giustamente alle lodi, che delle lodi stesse, poiché se avessi la scelta di essere lodato da tutti essendo ignorante e stupido, o di essere biasimato essendo istruito e intelligente, saprei bene io quale cosa sceglierei... poiché spesso mi irrito delle lodi che ricevo, sia che i lodatori facciano caso in me di qualità che mi dispiacciono, sia che stimino delle virtù mediocri assai più di