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ranza di spingere gli altri sulla strada di più compiute scoperte.

Nèn mi riuscì quasi di guardare la cattedrale, tanto ero preoccupato di spiegare a me stesso perchè la trovavo bella. Da principio mi sembrò sopratuito immobile. Delle rondini, fragili e sicure s’appoggiavano sulla massa del vento in un gran cantare, e piegandosi e svoltando facevano l’altalena intorno a quella immobilità terrestre e mi davano le vertigini.

Mi sentii inquieto: dinnanzi alla cattedrale non riuscivo a provare nè il piacere chiaroveggente dell’arte, nè la cieca voluttà della natura. Quell’edifizio mi appariva successivamente come una montagna e come un’opera d’arte. Rassomigliava alla natura nella misura in cui era incomprensibile. Non avevo infatti nessun bisogno di spiegare a me stesso il piacere che mi dava la cattedrale, non perché fosse infinita a guisa di una montagna, ma perchè era un tutto finito perfettamente, senza altre ambizioni che sé medesimo. Quella cattedrale, come la natura, rappresentava un successo, in cui non si poteva distinguere i mezzi dal risultato. Qual è infatti la necessità dell’architettura? Lo spazio? Ma si può dir che l’architetto