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noi l’intendiamo, arrivando alla conoscenza esatta dei fatti, proprio come sono accaduti. Egli vuole dimostrare con la sua storia (e dimostrarla con la rappresentazione viva più che con la rigorosa argomentazione, con il colore più che con l’esattezza, prediligendo il dramma che sembra alla storia che vuole essere vera) una dottrina generale, una visione della vita in cui gli spiriti più alti del tempo credevano e nella quale tutta la storia di Roma entra come un quadro nella cornice: che la ricchezza e la potenza non sono beni ma pericoli; che Roma si è corrotta e guasta a mano a mano che il suo impero è ingrandito; che le generazioni non possono camminare verso la perfezione se non a ritroso della corrente del tempo. È la dottrina della corruzione, quella già mescolata, senza grazia e naturalezza, alla storia di Sallustio, ma ripresa e sviluppata con la grandiosa coerenza necessaria, per dare a un corpo robusto un’anima sostanziale.

« Io vorrei — scrive Livio nel proemio:— che ciascuno tra sè considerasse ansiosamente con l’animo, che vita, che costumi fossero i loro (quelli degli antichi), con quali uomini e con quali arti in pace ed in guerra sia stato fatto e ingrandito l’impero. E come indebolendosi a poco a poco ogni disciplina, prima i costumi quasi tralignassero e poi rovinando sempre di più precipitassero fino a questi tempi, in cui non possiamo sopportare nè i nostri vizi nè i nostri rimedi. E questo è nella conoscenza delle cose sopratutto salutare e fruttifero, che tu stu-