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che non rappresenta una continuazione, uno sviluppo (o una reazione, e anche qui c’è parentela) di tendenze anteriori, ma un’isola a sè, separata dalle altre infinite, uno di quei punti geometrici, isolato dagli altri punti per quella soluzione di continuità, che impediva ad Achille di raggiungere la tartaruga, e permette a una freccia di essere nello stesso tempo in riposo ed in moto.

Da questo postulato risulta chiara l’origine della nostra «storia dell’arte», immaginata come un museo, di cui lo storico è il direttore. Questa scuola si fonda tutta sulle teorie Morelliane, per le quali non importa conoscere nè l’epoca in cui fiorì l’artista, nè la sua mentalità, nè il suo spirito; non bisogna cercare la luce scaturita da tutte le sue opere osservate tutte insieme, ma bisogna «aderire» all’opera d’arte, come a qualche cosa di assoluto, di aereolitico, capitato giù dall’infinito senza ritrovabile paternità. Perchè, come non v′ha una linea che unisce gli artisti attraverso ai secoli, così non v’ha nemmeno — logicamente — una linea che unisca le opere varie di un artista dalla giovinezza al tramonto. L’opera di un artista è dunque una moltitudine di unità discrete, che stanno l’una all’altra come i sopracitati punti di Zenone eleatieo; la storia dell’arte non è che la

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