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guendo pedissequamente l’azione dei personaggi. Questo teatro rischia spesso di cascare nel genere cinematografico.

Non siamo quindi contrari all’unità di tempo e di luogo (pur ammettendo che in certi casi bisogna gettarla via), perchè l’unità costringe l’autore a un lavoro di sintesi, dando all’opera più grande solidità.

Ma combattiamo un’altra mania che, come dicevamo dianzi, sta penetrando nella mente di molte persone: il teatro a tesi. Quante volte abbiamo sentito dire: «il teatro deve dimostrare qualcosa. Senza uno scopo il dramma non dovrebbe esistere». Ma no. Il teatro è arte, e l’arte è fine a sè stessa. Se dimostra qualche tesi, se è utile a qualche propaganda, tanto meglio — o tanto peggio — (dipende poi dalla tesi). Ma il drammaturgo non deve mettersi in mente di scrivere un dramma, solo per dimostrare una tesi. Deve scrivere un dramma per creare un’opera d’arte. E tutta la sua fatica, tutto il suo sforzo, tutto il suo amore deve metterli a far la sua creazione non «più utile», ma «più bella».

Per questo noi diciamo: il dramma non deve essere utile, deve essere bello. Se riuscirà a infondere negli spettatori la commozione della bellezza, avrà compito un’opera di raffinamento intellettuale, che è più utile di qualsiasi propaganda antialcoolica o antisifilitica.


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