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della vita, Chariot è riuscito a renderci un misterioso sentimento di pudore umano, meglio che se l’avesse descritto, recitato, o dipinto.

Il bello sta tutto in questo apparentemente. Perchè nessun uomo gestisce mai come gestisce un buon attore. Eppure un buon attore ci dà oltre l’illusione di parlare anche l’illusione di non gestire più di un uomo qualunque.

L’arte del cinema è dunque l’arte di rendere le passioni dell’uomo con la pura mimica. Tale è la sua giustificazione psicologica, e basterebbe questo, per distinguerlo dalla pittura e dal teatro.

Mimica, dice sdegnosamente Souday. Mimica, appunto; ma in quanto riesce a darci delle impressioni patetiche, in quanto riesce a creare dei caratteri in un modo diverso da quello adoperato nei drammi, ma con la stessa forza, questa mimica acquista un interesse artistico come la parola.

E’ molto naturale che se si levassero al «Don Juan», all’«Amleto» o al «Faust» le parole, queste tre opere perderebbero significato (Emil Jannings ha infatti tentato, sul «Faust», un’esperienza che dà ragione a Souday). Ma è altrettanto vero che se si aggiungessero le parole alla «Febbre dell’oro», la si sciuperebbe allo stesso modo.


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