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il fiasco del maestro chieco 115

sporgente dalla riva, e sulla punta, il castelluccio ritto e fiero come un falco.

Al ponte delle Sarche trovai una servetta tedesca che mi seppe solo dire «Purgher, Purgher». Entrai con lei nella piccola penisola, seguendo un parapetto merlato, un vecchio baluardo a riposo, contento di cipressi e di rose. Fuori dai merli luccicavan l’acque, tutte vento e sole; dentro viveva e si moveva, sotto l’alto fantasma del castello, un affollato disordine di erbe rigogliose, di fiori incolti, di arbusti selvaggi, di piccoli pini imbozzacchiti.

Ascendemmo, lungo il giro del parapetto, sino all’andito male intagliato nella viva roccia che mette nel cortile del castello; un gibboso macigno, questo cortile, inquadrato di mura nere, di logge medioevali con pitture mezzo stinte, con un chiasso, sui parapetti, di geranî in fiore.