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66 odi



     25quando il sonno, che tardi all’egre e all’avide
menti ministra placida quiete,
su le mie luci, di stanchezza gravide,
sparse pietoso alfin l’onda di Lete.

     Per le fibre sentii languor benefico
30serpere ad inondar l’anima mesta:
quindi non so qual genio empio e malefico
in ignota mi trasse erma foresta.

     Un urlo mi ferì, mi scosse un brivido;
e mi trovai su dirupate selci,
35cinto da macchie di spinoso e livido
rovo, da cardi e da infeconde felci.

     Mugghiava il cielo, e ardea di lampi: al fremito
fra i sassi rotte rispondeano l’onde,
e dei venti lottanti all’urto, al gemito
40strideano i rami e ne cadean le fronde.

     Tutto il bosco d’onor languiva povero,
fuor che pochi cipressi a un muro accanto,
ove fra le ruine avean ricovero
gufi e strigi, ululando in suon di pianto.

     45Sorgea di terra non lontano un cumulo,
coperto d’erba inaridita e sparso
d’infrequenti ginepri, e in mezzo al tumulo
s’ergea, non chiusa ancora, urna di tarso.

     Chino sopra di questa, la bellissima
50fronte al braccio appoggiata, era il piú vago
garzon che viva; ma di duol mestissima
nube turbava la divina imago.

     Intonso il crin gli svolazzava, squallida
avea la faccia e di pietá languente;
55qual si mostra la luna, allor che pallida
cede al di fra le nubi in occidente.