Pagina:Eneide (Caro).djvu/660

[1370-1394] libro xii. 612

1370I riti, i sacrifici in uno accolti,
Una gente farò ch’ad una voce
Latini si diranno. E quei che d’ambi
Nasceran poi, sovr’a l’umana gente,
Si vedran di possanza e di pietade
1375Girne a’ celesti eguali; e non mai tanto
Sarai tu cólta e riverita altrove.
     Di ciò Giuno appagossi, e lieta e mite,
Già verso i Teucri, al ciel fece ritorno.
Giove poscia Iuturna da l’aita
1380Distor pensò di suo fratello, e ’l fece
In questa guisa. Due le pèsti sono,
Che son Dire chiamate, al mondo uscite
Con Megera ad un parto, a lei sorelle,
Figlie a la Notte, e di Cocito alunne,
1385Che d’aspi han parimente irte le chiome,
E di ventose bucce i dorsi alati.
Queste di Giove al tribunale intorno,
E de la sua gran reggia anzi la soglia
Si presentano allor che pena e pèsti
1390E morti a noi mortali, e guerre a’ luoghi
Che ne son meritevoli apparecchia.
Una di loro a terra immantinente
Spinse il padre celeste, onde Iuturna
De la fraterna morte augurio avesse.

[836-854]