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616 l’eneide. [1295-1319]

1295Così le disse: E che faremo alfine,
Donna? E che far ci resta? Io so che sai,
E tu l’affermi, che da’ fati Enea
Si deve al cielo, e che tra noi s’aspetta.
Ch’agogni più? Che macchini, e che speri?
1300A che tra queste nubi or ti ravvolgi?
Convenevol ti sembra e degna cosa
Che mortal ferro a vïolar presuma
Un che fia divo? E ti par degno e giusto
Ch’a Turno in man la spada si riponga
1305Quando egli stesso la si tolse e ruppe?
E l’avria senza te Iuturna osato,
Non che potuto? A crescer forza ai vinti!
Togliti giù da questa impresa omai,
Togliti; e me, che te ne prego, ascolta:
1310Nè soffrir che ’l dolor, ch’entro ti rode,
Cangiando il dolce tuo sereno aspetto,
Sì ti conturbi, e sì spesso cagione
Mi sia d’amaritudine e di noia.
Quest’è l’ultima fine. Assai per mare,
1315Assai per terra hai tu fin qui potuto
A vessare i Troiani, a muover guerra
Così nefanda, a scompigliar la casa
Del re Latino, e ’ntorbidar le nozze,
Sì come hai fatto. Or più tentar non lece;


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