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[820-844] libro xii. 597

820Che di duci e di schiere e di falangi
Fecer quel giorno, Enea da l’una parte,
Turno da l’altra? Ah, Giove! sì crudele,
Sì sanguinosa guerra infra due genti
Che saran poscia eternamente in pace?
     825Enea Sucrone, un de’ più forti Ausoni
Occise in prima, e primamente i Teucri
Fermò, ch’eran da lui rivolti in fuga.
L’incontrò, lo ferì, senza dimora
Morto a terra il gittò; ch’in un de’ fianchi
830Con la spada lo colse, e ne le coste
E ne la vita stessa ne gl’immerse.
     Turno a piè dismontato, Àmico in terra,
Che da cavallo era caduto, infisse:
E seco il frate suo Dïòro estinse.
835L’un di lancia ferì, l’altro di brando;
E d’ambi i capi dai lor tronchi avulsi,
Sì com’eran di polvere e di sangue
Stillanti e lordi, per le chiome appesi
Anzi al carro si pose. E via seguendo
840Quegli Talone e Tánaï e Cetègo
Tre feroci Latini ad un assalto
Si stese avanti, e ’l mesto Onite appresso
Figlio di Peritía, gloria di Tebe.
E tre dal canto suo questi n’ancise

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