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[120-144] libro xii. 569

Di rugiadose lagrime e d’un foco120
Di vergineo rossor le guance aspersa,
Qual fòra se di purpura macchiato
Fosse un candido avorio, o che di rose
Si spargessero i gigli. In lei mirando
Il giovine, d’amor non men che d’ira125
Acceso, a la regina brevemente
Così rispose: Ah, madre mia, ti prego,
In così perigliosa e dura impresa
Non mi far col tuo pianto e col tuo duolo
Sinistro annunzio. Chè s’a Turno è dato130
Che muoia, in suo poter più non è posto
Che di morire indugi. Indi a l’araldo
Rivolto: Va, gli disse, e da mia parte
Quest’ingrata e spiacevole ambasciata
Porta al frigio tiranno, che dimane135
Tosto che fia la rubiconda Aurora
A l’orïente apparsa, i Teucri suoi
Contr’a Rutuli addur più non s’affanni.
Stiensi l’armi de’ Rutuli e de’ Teucri
Per mio conto in riposo. Chè tra noi140
Col nostro sangue a diffinir la guerra,
E di Lavinia le bramate nozze
In su quel campo a procurar ci avemo.
     Detto così, vèr la magion s’invia

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